Giovan Battista Ferrari

Giovan Battista Antonio nacque a Brescia il 13 ottobre 1829 in contrada delle Grazie, dentro l’antico quartiere di porta S. Giovanni, nella casa, ora civico 22 b, dove è stata aperta nel 1996 una galleria d’arte che porta il suo nome. Era il primo di sei figli di Giovan Battista originario di Caldes in Val di Sole, dove era nato nel 1768 e di Maria Cecilia Frigerio, che vide la luce a Brescia nel 1796.
Ferrari si avvicinò alla pittura frequentando a Brescia la scuola di Gabriele Rottini (1979-1858) che, annessa alla Pinacoteca Tosio, fu dichiarata municipale nel 1851 e ad essa Gio Batta risulta regolarmente iscritto nel 1855 nel corso di pittura e paesaggio.
Alcune testimonianze di chi conosceva il pittore ci informano di come egli fosse inserito nelle vicende del suo tempo ed avesse partecipato ad avvenimenti storici significativi, come le Dieci giornate di Brescia, dal 23 marzo al 1° aprile 1849.
Allo scoppio della seconda guerra d’indipendenza nel 1859 Ferrari, con l’amico e pittore Eugenio Amus (1834-1899), probabilmente si arruolò a Torino nei corpi volontari lombardi.
I primi riconoscimenti pittorici ottenuti dall’artista risalgono al 1855 quando vinse la medaglia “d’argento dorato” assegnata dal legato Tosio agli allievi più meritevoli della scuola civica di disegno. Nello stesso anno ottenne anche la pensione triennale del legato Brozzoni di lire 1500, che gli permise di iscriversi all’Accademia di Brera a Milano nel novembre del 1856, dove frequentò il corso di figura diretto da Giuseppe Sogni (1795-1874), quello di pittura dall’antico e quello di paesaggio, completando la sua formazione professionale, iniziata nella città natale. Ferrari incontrò alcuni esponenti della pittura tedesca alla scuola di paesaggio a Brera, diretta da Albert Zimmerman. L’artista bresciano restò affascinato dall’uso che della luce facevano i pittori della scuola di Monaco, infatti le sue composizioni si leggono e si definiscono grazie proprio alla capacità di rendere con smagliante luminosità i piani prospettici, creando zone d’attenzione nella scena raffigurata. Dal 1857, anno della celeberrima Esposizione bresciana descritta da Giuseppe Zanardelli, Ferrari iniziò un’intensa attività espositiva, che si concluse un anno prima della sua morte. Le manifestazioni più importanti a cui presenziò proprio agli inizi della carriera, furono la prima Esposizione nazionale a Firenze nel 1861 e l’Internazionale di Londra del 1862, dove si recò con la moglie Angela Binetti, nata a Brescia nel 1830 Tutte le speranze di una sorte più fortunata , riposte nel viaggio in Inghilterra, vennero infrante e anche il viaggio immediatamente successivo a Nuova York non diede risultati migliori. Purtroppo le scarse opportunità del mercato americano e la guerra di secessione disillusero il Ferrari che nel maggio del 1865 ritornò a Brescia, dove iniziò a impartire lezioni di pittura al giovane e futuro artista Francesco Rovetta (1849-1932), che seguì i suoi insegnamenti per circa due-tre anni. Nel 1865 Ferrari inoltrò domanda alla “Onorevole giunta municipale di Brescia”, per ottenere il posto di aiuto insegnante d’ornato nella scuola di disegno, dove tra l’altro sembra avesse svolto l’incarico di maestro d’architettura nel 1861. L’artista ottenne l’incarico per due anni. Dagli anni Sessanta iniziò il periodo della maturità artistica che corrisponde anche ad una copiosa produzione di dipinti esposti dal pittore in numerose manifestazioni artistiche soprattutto a Milano e Torino. Questa è la ragione per cui Ferrari si trasferì definitivamente nel capoluogo lombardo nel 1868, anche se risulta ufficialmente residente dal 1872. Sebbene Milano fosse in quegli anni una città in continuo fermento e avesse dato vita all’importante esperienza artistica della Scapigliatura, Gio Batta rimase sempre estraneo a qualsiasi influenza che potesse distoglierlo dai suoi paesaggi. Sono anche anni ricchi di riconoscimenti; dal 1860 divenne socio onorario del Regio Istituto di Belle Arti di Urbino e vinse il premio Mylius nel 1870 con il quadro Veduta di Brescia, mentre nel 1873 la Missione Iwakura, prima delegazione giapponese che stabilì legami con l’occidente, ospite a Brescia dal ministro plenipotenziario conte Fe D’Ostiani, gli commissionò un grande quadro di paesaggio per l’imperatore Meiji, ora nel Museum of the Imperial Collections Sannomaru Shozokan di Tokyo.
Ferrari proseguì anche a Milano la sua seconda professione, quella di insegnante, probabilmente nei corsi serali proposti a partire 1870 dal Circolo degli artisti.
Rimasero sempre forti i suoi legami con Brescia, tanto che nel 1876 si iscrisse all’associazione Arte in famiglia, fondata dall’ex allievo Rovetta insieme a Carlo Manziana (1849-1925), Luigi Lombardi (1853-1940) e Filippo Monteverde (1846-1920), mentre a Milano entrò a far parte della Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente dal 1885. La moglie Angela, ricoverata per un grave disturbo nervoso nel manicomio di Mombello in provincia di Milano, vi morì il 2 giugno 1889. Nel 1877 nacque l’unico figlio Renato Revi, avuto probabilmente da una donna dell’alta società milanese, un bambino che il pittore non potè riconoscere, ma con il quale trascorse gli ultimi quattro anni di vita in via Unione a Milano.
Giovan Battista Ferrari morì a Milano il 26 aprile 1906 per emorragia cerebrale all’ospedale di Porta Nuova e venne sepolto nel cimitero Maggiore.
Ferrari dipinse in maniera raffinata e molto dettagliata soprattutto le valli lombarde, in particolare quelle bresciane e la trentina Val di Sole, luogo d’origine della famiglia paterna.
Spaziò inoltre tra laghi e fiumi alla ricerca di scorci suggestivi da offrire allo spettatore. Nei suoi paesaggi spesso troviamo contadini intenti al lavoro della mietitura, della raccolta della canapa, dell’aratura, colti mentre svolgono le loro mansioni giornaliere. La figura umana e il lavoro sono costantemente presenti nei suoi dipinti, ma Ferrari non è un pittore verista; usa semplicemente i protagonisti del suo paesaggio come pretesto per poter descrivere la natura. L’artista infatti fu e rimase un pittore naturalista, uno tra quelli più significativi del primo naturalismo lombardo a cavallo del secolo XIX. Ferrari non cedette alle nuove tendenze artistiche, anche quando il divisionismo si impose come nuova e avanzata proposta dell’arte lombarda e italiana di fine Ottocento.

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